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Le origini

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Le origini
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il parioli 1906

Cominceremo col raccontare la storia del piccolo fabbricato di legno che sorse agli inizi del secolo tra la via Flaminia e i declivi occidentali di Villa Glori, tra i prati silenziosi e fragranti di quella scarmigliata periferia romana, non ancora città, quasi campagna. Aragno, titolare del celebre caffè, il figlio del maestro Mascagni, Ilo Nunes, i fratelli Serventi e Millo Nathan si ritrovarono un giorno ad affondare le scarpe nel fogliame morto dei platani di viale Tiziano, dove più fresca si posava l'ombra dei rami, per misurare il terreno dove avevano deciso di far nascere il Parioli. Le aree a nord di Roma erano state destinate a soddisfare le esigenze degli sportivi. Alcuni circoli di canottieri erano già sorti sulle sponde del Tevere e dell'Aniene. Per giocare a tennis ci volevano spazi più grandi e sotto la collina del Monte Parioli esistevano già i progetti di alcuni insediamenti come l'ippodromo, il campo di calcio del Roman, la Rondinella, che ospiterà le partite della Lazio e il futuro Stadio Nazionale. Qui prese corpo il Parioli, in una baracca di quaranta metri quadrati, compresi gli spogliatoi per uomini e signore, docce fredde e spifferi spartani che entravano da tutte le parti, fischiando fra le fessure del tavolato. E il nuovo club, nacque subito con uno stile moderno e con una apertura di vedute che lo caratterizzava da tutti gli altri circoli di Roma.

Nathan accantoa Uberto MorpurgoLa difesa della tradizione sarebbe venuta dopo, quando il Parioli era già grande e famoso. Ma agli inizi volle caratterizzarsi come assolutamente nuovo, accettando tra i suoi soci anche le donne, decisione che all'epoca venne considerata come una provocazione dalle donne stesse. Attorno alla sgangherata casina di legno sorsero quattro campi non del tutto ortodossi, imperfettamente orientati, non abbastanza porosi e un largo spiazzo erboso dove i soci giocavano al calcio. E su tutto una luce trasparente e pura come una farfalla, la luce degli spazi aperti ai venti del nord, senza la cornice di palazzi e cimase. Lo strano di quel prato era che, per incuria o proposito, vi crescevano solo papaveri: scarlatti come gocce di sangue, grandi e bianchi come colombe, violetti e neri come vedove dimenticate. I soci li guardavano con molto rispetto, con quel certo timore superstizioso che solo i papaveri infondono tra tutti i fiori. E intanto si divertivano. "Chi non ha conosciuto l'ebrezza di fare sport in quegli anni - mi confidò un giorno Fulvio Bernardini - non conosce la gioia di vivere". Da quella baracca, che aveva un po' dell'accampamento o del magazzino da esploratori, da quei campi, da quello spiazzo, sono partiti tanti campioni, tanti amici appassionati, tanti originali sportivi dai nomi lontani. Entrando, si vedevano attrezzi e oggetti oggi indescrivibili, come gli essiccatoi di vimini che si mettevano sui bracieri accesi per asciugaregli indumenti di gioco. Le fascine di legno servivano invece al povero Lelli, l'inserviente tuttofare, per accendere il fuoco sotto le caldaie, dopo che, con una petizione unanime, i soci avevano deciso di regalarsi l'acqua calda. Ma spesso il fumo filtrava nella nicchia delle docce, costringendo i malcapitati a fuggire all'aperto, con gli occhi lucidi e il corpo insaponato. Eppure in quella baracca Riccardo Sabbadini, i fratelli Maraini, Ulrico Arnaldi e tanti altri ballarono mazurche e quadriglie e videro lampeggiare sorrisi di donna, dietro ventagli preziosi e impalpabili, davanti a corteggiatori col cappello duro, il bastone e un brillante di famiglia sulla cravatta. Per accedere al circolo conveniva prendere un tram a cavalli, che da piazza Venezia, percorrendo il Corso, portava a piazza del Popolo e poi a ponte Milvio. 

I cavalli nitrivano rocamente, con un raschio pietosamente sfinito. Ricordavano i primi soci che la sera, quando rientravano a casa, il conducente istigava gli animali con la solita frase: "Forza moretti! Fateve 'st'urtima carichetta!". Ma arrivò presto il tram elettrico, che transitava come una scossa di terremoto per le strade polverose e piene di sassi. Allora era campione d'Italia di tennis il conte Gino De Martino, che aveva fondato con altri suoi amici dell'aristocrazia romana, il Circolo Tennis Roma, con sede e tre campi a piazzale Flaminio, dove oggi c'è la casina del bar con l'orologio. Il Circolo era molto chiuso ed esclusivo.
Era quasi impossibile entrarvi e fu questa la ragione per cui nacque il Parioli. De Martino era un giocatore eccellente, tanto da figurare, ai suoi tempi, tra i primi cinque tennisti del mondo. Era anche un atleta perfetto, che si allenava due ore al giorno, padrone di sé e misurato in ogni suo colpo. Il tennis rappresentava la sua grande passione. Non solo lo giocava con maestria, ma faceva di tutto per farlo praticare e conoscere, tanto che due suoi figli, James e Gingi, diventeranno anni dopo campioni italiani di doppio. Gino De Martino propagandava lo sport anche con scommesse bizzarre, come quella di inforcare una bicicletta e gettarsi tutto vestito nel Tevere, il giorno di Capodanno. Il Parioli era ormai nato da undici anni. L'Italia era impegnata con tutte le sue giovani energie, nella Grande Guerra. Erano i giorni cupi della rotta di Caporetto. Combinazione volle che in seguito ad una disfatta del Paese il Parioli acquisisse un grande campione. C'era un ragazzo, che abitava nello stesso palazzo di Gino De Martino e che aveva stretto amicizia col giovane Giorgio De Stefani, appena giunto a Roma con la famiglia, in fuga dal Veneto dopo che gli austriaci avevano sfondato il fronte. De Martino si era costruito un campo da tennis nel cortile della sua abitazione, per giocarvi con i suoi due figli. Il poter osservare da vicino quel suo stile piacevole e naturale, usufruire dei suoi consigli, soprattutto riuscire a giocare qualche volta con lui, fecero nascere la passione del tennis in Giorgio De Stefani, che sarebbe diventato più tardi il successore del suo maestro al vertice del tennis italiano. Il giovane De Stefani era tormentato dai dubbi circa il suo stile a due mani. Ambidestro naturale, aveva iniziato a giocare impugnando la racchetta con la destra e con la sinistra. In pratica possedeva due diritti e aveva rinunciato ad eseguire il rovescio.



 

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